17.03.2017

Voluta fortemente dal cardinale Scola, dal 20 al 24 marzo un pellegrinaggio porterà in Libano 130 sacerdoti della Diocesi, compresi nelle classi tra il primo e il decimo anno di ordinazione. Questa la proposta del viaggio comunitario che l’Ismi realizza annualmente. Ma perché recarsi proprio nella Terra dei Cedri? «Per molti motivi - risponde don Ivano Tagliabue, dell’Équipe della Formazione permanente del clero -: anzitutto perché abbiamo considerato l’importanza che il Libano riveste per il Medio Oriente e, quindi, anche per tante questioni che interpellano oggi la nostra società, la nostra cultura e la Chiesa».

Il Libano, oltretutto, è una sorta di mosaico vivente di culture, fedi, tradizioni che ogni giorno si intersecano nella vita del Paese...
Certamente, è un laboratorio vivente che indica la possibilità di un’esperienza di convivenza sempre possibile, pur nelle fatiche, anche tra le diverse religioni. Inoltre è una Nazione coinvolta, in modo estremamente significativo, nella questione dei profughi. Poi è un luogo che ci ricorda e parla eloquentemente una cristianità che ha attraversato i secoli, mantenendo una freschezza esemplare anche in contesti di martirio e di difficoltà. Non a caso la Chiesa libanese è molto giovane. Per tutti questi motivi, già dall’anno scorso l’Arcivescovo aveva scelto questa destinazione, anche per l’amicizia personale che lo lega al patriarca maronita Béchara Boutros Raï.

L’anno scorso avevate camminato sulle orme di un moderno martire come don Pino Puglisi. È il martirio a collegare i due pellegrinaggi?
Senz’altro le due esperienze proposte si collegano attraverso i significati che possono offrire ai giovani presbiteri. Don Puglisi ha sicuramente incarnato la figura del prete in un contesto difficilissimo: con la sua testimonianza ci ha insegnato a rispettare e a vedere quanto di bello c’è nella terra di Sicilia e come possa essere prezioso impegnarsi per il Vangelo e per l’educazione. In Libano credo che faremo un’esperienza diversa: affronteremo figure come il monaco San Makhluf Charbel e cercheremo di comprendere come la fede di quel Paese sappia radicarsi nel complesso contesto del rapporto tra musulmani e cristiani. Il collegamento ideale mi pare che si possa individuare proprio in questa logica: ovunque il Vangelo si può radicare e ovunque figure di santità possono essere ponte tra la fede e il territorio, pur nelle diversità delle società. Don Puglisi e San Charbel ne sono due esempi.

Chi guiderà il pellegrinaggio?
Saremo guidati dal Vicario generale monsignor Mario Delpini, che è anche responsabile dell’Équipe di Formazione permanente. Avremo inoltre la presenza dei sette Vicari episcopali di Zona, in modo che il viaggio possa essere anche un momento di scambio e di dialogo fraterno tra i giovani preti e i più stretti collaboratori dell’Arcivescovo. Il Cardinale stesso, durante il pellegrinaggio, ci rivolgerà un messaggio videoregistrato.

Il pellegrinaggio si pone nei giorni immediatamente precedenti la festa nazionale libanese che è il 25 marzo, ricorrenza dell’Annunciazione, proprio perché Maria è amata da ogni religione. Anche questo è un segno?
Sì, infatti vivremo la giornata di mercoledì facendo un pellegrinaggio alla Madonna di Harissa, venerata sia dai musulmana, sia dai cristiana. Questo è uno degli aspetti più interessanti che verrà affrontato.