Peruviana in Italia da 25 anni, fa parte del Consiglio pastorale della parrocchia personale dei migranti e della Commissione sinodale. Il marito, di lontane origini congolesi, è diacono. «Le mie prime parole in italiano sono state le preghiere - dice -, la parrocchia è stata importantissima per la nostra integrazione»

di Anna POZZI
Redattrice di “Mondo e Missione”, Membro della Commissione Sinodo “Chiesa dalle genti”

carmen famiglia
Carmen Rosario, a destra, con il marito e i figli

È arrivata in Italia 25 anni fa, ma conserva quel lieve accento che tradisce le sue origini. Lei ci scherza: «Sono peruviana e sono italiana. Sono peruviana, ma non sono straniera!». Carmen Rosario e i suoi cari sono un esempio di “meticciato formato-famiglia”. Suo marito ha lontane origini congolesi, discende dagli schiavi trapiantati a forza nelle Americhe. I suoi figli sono nati in Perù, ma sono cresciuti e si sono sposati qui con italiani e peruviani. Lei, l’Italia l’ha conosciuta attraverso i missionari francescani cappuccini. La sua fede è stata “plasmata” da loro. E ora si trova a rimetterla in gioco qui, nel nostro Paese.

Insomma, questa duplice – o molteplice – identità fa parte ormai del Dna di Carmen. Che oggi vive e lavora in Italia ed è attivamente impegnata nella Chiesa ambrosiana, oltre a far parte della Commissione di coordinamento del Sinodo “Chiesa dalle genti”. «In Perù, io e mio marito eravamo molto impegnati in parrocchia – spiega -. I francescani cappuccini ci hanno accompagnati nella nostra formazione cristiana. Del nostro gruppo, cinque ragazzi sono diventati preti. In un certo senso, io sono il “prodotto” di quella bella esperienza di comunità cristiana che era stata creata dai missionari italiani».

A Chorrillos dove vivevano – piccola città a sud di Lima – Carmen dirigeva una scuola, mentre il marito lavorava nell’amministrazione di un ospedale. «Era un periodo difficile non solo per la precaria situazione economica del Paese, ma anche per la guerriglia di Sendero Luminoso. Questo ha spinto mio marito a emigrare in Italia».

La partenza non è stata facile. E neppure l’arrivo qui: «Prima è venuto mio marito, al quale era stato promesso un lavoro. Ha fatto i documenti e ha preparato tutto molto in fretta per poter cogliere quell’occasione. Solo che, una volta arrivato in Italia, non c’era nessun lavoro per lui. È stata dura. Solo, senza lavoro e con la famiglia lontana… Qui, però, ha incontrato anche molta solidarietà».

In poco tempo, il marito trova un lavoro e comincia a frequentare anche la parrocchia vicina a casa. Fa venire Carmen con la figlia più piccola. E successivamente anche i due figli più grandi. «Mi sono inserita nel suo percorso e un po’ alla volta anche nella realtà italiana – racconta -. All’inizio però non parlavo la lingua. Le mie prime parole in italiano sono state le preghiere». Carmen si impegna molto presto in parrocchia; la figlia frequenta un collegio di suore e l’oratorio. Dove vanno anche i due figli più grandi, quando vengono pure loro in Italia. «Per loro è stato un luogo importantissimo per l’integrazione».

«Un po’ alla volta ci siamo impegnati sempre di più nella comunità cristiana – racconta Carmen, che ora lavora in una cooperativa dove aiuta famiglie e giovani in difficoltà -. Mio marito è diventato diacono. Io faccio parte anche del Consiglio pastorale della parrocchia personale dei migranti e tengo la catechesi ai giovani che si preparano per i sacramenti. Nella nostra parrocchia, invece, accompagniamo i fidanzati al matrimonio. Insomma, continuiamo a far crescere la nostra fede e a tenere acceso un fuoco che – siamo convinti – brucia meglio quando si è insieme».

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