Da oltre 40 anni assiste la popolazione, anche fuori dal distretto: quasi 7 mila ricoverati all'anno, oltre 22 mila prelievi e 3 mila visite specialistiche; più di 600 interventi chirurgici e da gennaio sono nati 1133 bambini

di Luisa BOVE
Inviata in Zambia

La macchina dell’ospedale di Chirundu, sorto nel 1969 vicino al fiume Zambesi, a 140 chilometri dalla capitale Lusaka, si mette in moto alle 6 del mattino, quando i primi familiari entrano a far visita ai loro parenti ricoverati, mentre i medici prendono servizio mi  nei vari reparti. Ma nella notte appena trascorsa la sala parto era in piena attività, sono nati sette bambini. Se l’è cavata l’ostetrica di turno senza che fosse necessario chiamare le infermiere più esperte, suor Sangheta o suor Navya (entrambe indiane), perché i parti sono stati tutti naturali e senza complicazioni. Mamme e bimbi si fermano in ospedale solo poche ore, per lasciare il posto libero ad altre donne.

Nei primi nove mesi del 2015 sono nati 1.133 bambini, 138 da madri sieropositive per il virus dell’Hiv; i parti complessi sono stati 195; 14 bimbi sono morti durante il parto a causa di un ritardo nell’arrivo in ospedale. In questi mesi si sono verificate anche tre morti materne, per lo stesso motivo e a causa di complicanze in gravidanza.

Non sono ancora le nove e il ragazzino di 10 anni necessita di un intervento urgente perché ha un grosso ascesso all’appendice e rischia la setticemia. Lo opera al volo il dottor Valentino Arcuri, chirurgo volontario in pensione, esperto di trapianti di rene, che ora si dedica con altrettanta passione ai malati di Chirundu.

Incontro un uomo in carrozzina, non più giovane, che a causa del diabete ha dovuto subire l’amputazione della gamba destra e ora porta una protesi. Sta andando dal fisioterapista per riprendere un po’ di autonomia, non è triste e mi saluta con un grande sorriso.

Nel reparto di medicina, tra i ricoverati c’è Kristin, un uomo magrissimo, con occhi scavati, ma vivaci, mi stringe la mano e mi chiede come mi chiamo, è molto malato, non ha nessuno che si prende cura di lui, vive in una casetta fatiscente in condizioni di estrema povertà. Oggi non riceverà altre visite, se non quelle del personale medico.

Da marzo, grazie alla donazione di macchinari da parte dell’Istituto Auxologico di Milano, ha riaperto la radiologia e ora un bimbo di pochi mesi si agita sul lettino mentre la madre lo tiene fermo per permettere al tecnico di procedere con la radiografia al torace per la diagnosi di una sospetta polmonite. Li lascio alle prese dell’esame diagnostico e raggiungo l’ala più affollata dell’ospedale, dedicata alle visite ambulatoriali per u totale di 38 mila visite in un anno. Gli assistiti, circa 500 persone al giorno, per il 30% sono bambini e di questi il 70% sotto i cinque anni. Quando arrivano, a tutti viene provata la pressione, la temperatura e il polso. Il 48% dei pazienti arriva da aree anche molto lontane perché Mtendere Mission Hospital e un’ospedale d’eccellenza, dove si cerca di rispondere a tutte le esigenze sanitarie e alle urgenze. È la gente lo sa. Chi si presenta per la prima volta in ospedale riceve un quadernetto sul quale, da quel momento in poi, si scriverà tutto quello che riguarda il paziente: visite, terapie, esami diagnostici, ricoveri, interventi… È l’unico modo per conoscere il suo stato di salute a ogni nuova visita, così da creare lo “storico” e facilitare il lavoro di medici e specialisti.

Il personale è al lavoro, i reparti sono in piena attività con personale quasi tutto locale; gli ambulatori sono aperti e le persone attendono con pazienza il loro turno. Anche il laboratorio analisi è a pieno regime, ma quello che oggi preoccupa di più è che in frigorifero c’è solo una sacca di sangue e se ci sono emergenze, è possibile garantire solo una trasfusione. Solo fra qualche giorno infatti si andrà all’ospedale di Lusaka per recuperare altro sangue. Se disponibile.

Lo Zambia privilegia come donatori i bambini e periodicamente vengono fatti a scuola i prelievi di sangue a tutti, senza distinzione, poi i campioni vengono portati a Lusaka dove si effettua lo screening tenendo solo quelli idonei. Inutile dire che quando le scuole sono chiuse le scorte di sangue si riducono drasticamente.

A differenza di tanti altri ospedali, il Mtendere Mission Hospital garantisce anche i pasti ai pazienti ricoverati, grazie al grande orto che rifornisce le cucine di verdure e altri prodotti. A mezzogiorno riprendono le visite dei parenti: è il momento del pranzo e può essere preziosa la presenza di familiari per assistere chi è in difficoltà a gestirsi da solo e per un po’ di compagnia.

Il pomeriggio trascorre più tranquillamente e alle quattro l’ospedale inizia a svuotarsi. Nei reparti c’è il cambio di turno del personale, la sala operatoria in qualunque momento riapre per le urgenze, come pure la sala parto. Chi ha finito di lavorare torna a casa e chi ha la reperibilità sta all’erta se dovesse essere chiamato a qualunque ora della notte. Alle 18.30 il sole cala all’improvviso ed è già buio. Un altro giorno sta finendo. Chissà se ci saranno urgenze o se nasceranno altri bambini prima dell’alba.

Info: www.mtendere.org;

https://it-it.facebook.com/mtenderehospital/

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