Dalla ricerca emerge la volontà di prendere le distanze dagli stereotipi e di proporre argomentazioni personali, oltre alla disponibilità a non lasciarsi travolgere dai qualunquismi

di Fabio Introini
Docente di Sociologia Università Cattolica, fra i curatori del Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo

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Secondo Van Dijk, che ha studiato le forme e i meccanismi dell’ideologia e del discorso razzista, quasi tutto quello che il cittadino medio conosce rispetto agli immigrati proviene dai media. I mezzi di comunicazione sono quindi un fondamentale attore sociale nella costruzione del senso comune e a sua volta il senso comune, fatto di rappresentazioni spesso stereotipate, entra nel sapere tacito di ognuno di noi, modellando il modo in cui ci rapportiamo all’altro e al “mondo” in generale. Poiché oggi sono comunque aumentate le chances di incontro reale e fisico con l’altro, è lecito attendersi una maggiore riflessività da parte delle persone, vale a dire una maggiore consapevolezza del carattere parziale delle nostre conoscenze e, di conseguenza, una minor sudditanza rispetto alle approssimative generalizzazioni del senso comune.

È quello che abbiamo voluto indagare, sottoponendo ai giovani della nostra indagine una serie di luoghi comuni volutamente massimalisti, per poi osservare le loro reazioni. Complessivamente, i giovani hanno mostrato una buona capacità di prendere le distanze dalle “opinioni” offerte al loro commento, di aprirsi così uno spazio per proporre le loro argomentazioni in proposito. La strategia argomentativa che si è visto più volte all’opera è quella che potremmo definire come “retorica della complessità”. In altri termini, di fronte alle forzate generalizzazioni i giovani hanno cercato di aprire la “scatola nera” del luogo comune per provare, quanto meno, a problematizzare le questioni. In alcuni casi le loro risposte sono sfociate in un altro luogo comune; ma più spesso si sono tentate articolate argomentazioni che cercano di risalire alle cause plurime, nascoste e remote dei fenomeni ai quali ci troviamo oggi di fronte; in altri ancora l’articolazione del discorso è servita più che altro a lasciare aperto il ragionamento.

Il tutto ha comunque prodotto un effetto abbastanza evidente: se, per citare ancora Van Dijk, il discorso razzista si fonda su una rigida contrapposizione Noi/Loro e sviluppa retoriche più o meno sottili per parlar bene o non parlar male dei primi e parlare male o non parlare bene dei secondi, i nostri giovani hanno ragionato cercando molto spesso di invertire questa polarità, provando a ricondurre ciò che il senso comune stigmatizza a una sorta di colpa o responsabilità insita proprio nel Noi, che assume di caso in caso i volti dell’Italia, dell’Europa, degli Stati uniti o dell’Occidente. Così gli immigrati non ci rubano il lavoro, ma sono vittime di un sistema, di un mercato che approfitta di loro cinicamente. Non è affatto vero che «sono loro a non volersi integrare», perché l’integrazione è un processo relazionale che si fa “in due”; la loro non è refrattarietà, ma più che plausibile “difficoltà” di fronte a una società che non li sa accogliere. Non sono solo criminali, perché questi esistono in ogni Paese; e in ogni caso spesso chi immigra è destinato a divenire tale in un Paese incapace di accogliere. Non siamo di fronte a un’invasione perché, numeri a parte (che spesso però non conoscono), “invasione” è un termine bellico, mentre le persone che arrivano nel nostro Paese scappano da povertà e miseria. Se questa sensazione si diffonde per il Paese è perché in Italia le istituzioni non hanno saputo approcciare adeguatamente il fenomeno. Non hanno troppe pretese, ma sono vittime di un gioco mediatico che sovraespone ciò che accade nei centri di prima accoglienza dove viene negata loro ogni dignità.

Non tutto fila nelle loro argomentazioni: a volte prendono abbagli; in altre, per difendere la bontà dell’immigrato – peraltro spesso totalmente identificato con il profugo – si finisce col renderlo una sorta di marionetta manovrata da forze che ne sovrastano ogni libera iniziativa. Ma questa disponibilità al ragionamento, queste “prove tecniche di riflessività” indicano comunque, oltre alla piena consapevolezza di come funzionano i media, la disponibilità a non lasciarsi travolgere dal flusso irrazionale, emotivo e qualunquista che spesso circola nell’opinione pubblica.

 

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