Reduce dal recente successo del Festival Zelioli, con Lecco conquistata dai cori giovanili europei, il maestro PierAngelo Pelucchi sottolinea l’interesse di questo genere presso i giovanissimi cantori: «Ma per diffonderlo ulteriormente occorre un serio lavoro educativo, che chiama in causa anche la scuola e la Chiesa»

di Marcello VILLANI

festival zelioli 2018 -(11)

PierAngelo Pelucchi, direttore artistico del XIII Festival “Giuseppe Zelioli” per cori giovanili europei – organizzato a Lecco dall’associazione Harmonia Gentium presieduta da Raffaele Colombo e conclusosi domenica 3 luglio -, è soddisfatto. Ha avuto la gioia, nel senso letterale, di poter abbracciare 360 piccoli cantori in rappresentanza di otto cori provenienti da Canada, Polonia (due), Germania, Russia, Ucraina, Repubblica Ceca e naturalmente Italia. Ha sentito intonare musiche in russo, tedesco, ceco, polacco, italiano e inglese. E ha mischiato musiche della tradizione cattolica con altre di quella protestante, in un melange di grande effetto che ha condotto Lecco a un altissimo livello di notorietà nel campo della musica sacra. Un genere, peraltro, in Italia sempre più confinato in queste “isole culturali”, mentre vive meglio nelle altre nazioni europee, dove questa realtà è fortemente sostenuta. I cori polacchi ne sono un esempio: monsignor Robert Tyrala, prorettore dell’Università pontificia di Cracovia, esprimendo apprezzamento per il Festival zelioli come di alto livello e tra i migliori in Italia, ha auspicato che questa iniziativa non risulti la sola nel panorama italico della musica sacra.

Il bilancio che Pelucchi traccia del Festival, quindi, non può che essere positivo: «Il livello qualitativo è stato decisamente molto alto. Con soli cinque cori in competizione, non mi aspettavo ben due primi premi cum Laude (Madchenchor di Colonia e Warsaw Boys Choir), due primi (Piccoli cantori della Brianza e Traditsya di Mytischi) e un solo secondo premio (i polacchi Pueri Cantores “Bochnia”). Se poi ci aggiungiamo tre cori ospiti di lusso (Pueri Cantores di Pardubice, Ukrainian Boys Choir di Kiev e National Boys Choir of Canada), il quadro è completo…». E aggiunge: «Per qualità è stato un Festival di tutto rispetto. E dal punto di vista esecutivo, per quanto riguarda le parti comuni – ovvero la Messa conclusiva presieduta dal cardinale Angelo Scola nella Basilica di San Nicolò e cantata da 360 ragazzi -, è andata molto bene. A me era sembrata migliore quella del 2016, ma aver inserito un brano ortodosso e due pezzi importanti di Bach ha reso tutto più internazionale e bello. È stata sicuramente più apprezzata».

Si sono visti e ascoltati 360 cantori da tutta Europa e si è capita una cosa importante: la musica sacra può essere insegnata e può piacere ai giovanissimi: «È stato molto coinvolgente veder cantare tutti quei bambini, dei quali molti piccolissimi. Il lavoro impegnativo, però, è culturale e interiore. Ci vorrebbe un’azione di preparazione sociale, non solo musicale. Dietro c’è un lavoro che deve essere sorretto dai maestri di coro e coinvolgere i bambini non solo nella parte musicale, ma anche nell’educazione alla religione. Per raggiungere certi livelli questi bambini provano due-tre volte a settimana. E non cantano canzoncine…».

In Italia è possibile, dunque, educare e coltivare la musica sacra: «Facciamo l’esempio del coro lecchese, i Piccoli cantori della Brianza-Li.Ve. Licabella Vocal Ensemble, che hanno meritato un primo premio. Sono stati bravissimi perché sono stati responsabilizzati. Sono bambini, certo, ma possono raggiungere livelli di eccellenza. Recentemente mi è capitato di ascoltare un coro olandese: prima del concerto i bambini salutavano le mamme e si mettevano le dita nel naso… Ma appena è partita la musica, si sono trasformati in precisi, intonati, serissimi piccoli cantori…».

La scuola? «Da parte delle istituzioni e dei loro dirigenti ci deve essere l’idea di proporre questa musica a scuola. Ma anche la Chiesa ha le sue responsabilità: dismette organi, organisti, chiese… E dire che gran parte del lavoro è in mano ai laici. Dovrebbe sicuramente ripensare alla gestione della musica sacra».

Lo ha sottolineato anche il cardinale Scola nella Messa finale: dopo il Concilio Vaticano II la musica sacra è stata quasi espulsa dalle chiese, relegata alle sale da concerto. «Invece oggi ho sentito che questa musica è preghiera», conclude Pelucchi. E, aggiungiamo noi, forse andrebbe reintrodotta, seppur cum grano salis.

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