In uno degli eventi centrali promossi dal Centro Culturale di Milano in occasione della Tre giorni “Andiamo al largo. Festival di cultura e incontro”, l’Arcivescovo ha dialogato con lo scrittore Luca Doninelli. Titolo della serata, svoltasi in piazza Beccaria, “I Promessi Sposi e la città contemporanea”

di Annamaria Braccini

Promessi Sposi

“L’io rinasce sempre in un incontro”, si legge in un grande manifesto. E, questa volta, l’incontro è passato alla storia. Certo, grazie alla straordinaria capacità evocativa della scrittura di Alessandro Manzoni, ma anche per la vicenda tutta umana e senza tempo del bene che si contrappone alla testarda presunzione del male. Finché il Signore non tocca con la sua grazia il cuore degli uomini.

Piazza Beccaria è il teatro aperto sotto il sole, a sera, della Milano che non ti aspetti: gremita di tanta gente, riunita non per le prove del vicino concerto alla moda, ma per ascoltare il brano famosissimo del capitolo XXIII dei Promessi Sposi, con l’incontro, appunto, tra l’Innominato e il cardinale Federico Borromeo.

Inserito nella Tre giorni “Andiamo al largo. Festival di cultura e incontro”, l’evento promosso – come molti altri – dal Centro Culturale di Milano vede sul palco l’arcivescovo, monsignor Mario Delpini in dialogo con lo scrittore Luca Doninelli. La lettura scenica del brano manzoniano è affidata alla davvero brava Arianna Scommegna.

«Una città la si giudica da come tratta i deboli. Mettiamo la metropoli di fronte al suo romanzo», esordisce Doninelli, cui fa eco l’Arcivescovo che avvia la riflessione proprio dalla figura dell’Innominato. Colui che «non deve essere nominato perché il suo nome ha una fama tanto sinistra, il male da lui compiuto ha una tale enormità, che il solo nominarlo inquieta, spaventa, interroga», spiega.

«Il tema che più mi coinvolge – sottolinea Delpini – è come, in questo incontro, si assista da un’esclusione all’opera di Dio. L’enormità del male, come la sua banalità, e la predominanza della cattiveria di cui l’Innominato sente il peso insopportabile, sembrano escludere il discorso su Dio. Il Vescovo di Milano diventa, invece (e in modo commovente) testimone dell’opera divina».

Ma di quale Dio si parla nelle pagine di Manzoni?

Immediata la risposta: «È il Dio dell’inquietudine che entra nella storia di questo brigante, attraverso il suo senso di colpa e il timore del futuro. Entra, nell’Innominato, con quel senso dell’irrimediabile al quale Federico da un nome: speranza».

Da qui la sintesi con «un Dio della pace che ha il volto sorridente e premuroso del Borromeo capace di farsi incontro all’ospite inatteso che dice tutta la sollecitudine nel correre a rimediare al male compiuto».

Un Vescovo umile, dunque, Federico, chiede ancora Doninelli?.

«Il Cardinale, in tutta la sua formazione, ha sentito sempre una sorta di disagio per il servilismo che lo circondava quale principe della Chiesa. Ma qui la sua umiltà si può riconoscere attraverso due punti fondamentali: intuirsi, non per una virtù dichiarata ma con stupore grato, strumento della potenza di Dio. E, poi, l’esercizio della profezia come intuizione del senso teologico dell’evento. L’umiltà sta nell’atteggiamento che contempla l’opera di Dio e nella parole che accompagnano il cammino di un uomo disgraziato verso la possibilità di salvezza. L’Arcivescovo prendendo la mano dell’Innominato dice quello che Dio può fare e apre al futuro. Questa è la lettura cristiana della storia che non ritiene mai le situazioni irrimediabili, perché non si costruisce sulla psicologia o la sociologia, ma in un contesto nel quale l’opera del Signore può manifestarsi».

Insomma, come diceva Santa Teresa di Calcutta – che Doninelli cita – “Non c’è nessun santo che non abbia un passato e nessun delinquente che non abbia un futuro”.

E, alla fine, arriva la domanda che tutti attendono, relativa a come l’attuale successore di Federico Borromeo vede il suo ministero episcopale alla guida della grande Diocesi ambrosiana.

«Ho appena incominciato, ma credo che il Vescovo di Milano dovrebbe testimoniare la continuità dell’esperienza mostrata da Federico, aprendo i cuori e le porte della città al Dio dell’inquietudine e della pace».

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