12.06.2016

Più che un gruppo o un’associazione, «Giovani e riconciliazione» è un metodo. Lo dice don Luca Ferrari, prete di Reggio Emilia, ideatore e responsabile di questa esperienza, oltre che autore di diverse pubblicazioni sul tema della confessione. «È nato in occasione del Giubileo del 2000 - dice il sacerdote -, quando mi hanno chiesto di preparare la confessione all’interno della Giornata mondiale della gioventù al Circo Massimo di Roma. Per la prima volta Giovanni Paolo II chiese di prevedere organicamente le confessioni nella Gmg, perché nelle edizioni precedenti era prevista solo l’opportunità. All’epoca la crisi della confessione era abbastanza evidente, soprattutto tra i giovani, e interi Paesi non conoscevano il sacramento». Questa esperienza penitenziale non si è conclusa con la Giornata mondiale: da allora don Ferrari è stato chiamato a partecipare a oltre 300 eventi in tutta Italia per riproporre il metodo e per formare ad hoc sacerdoti, giovani e seminaristi.

Ma di che cosa si tratta?
L’idea era quella di recuperare i tre pilastri importanti della confessione: la dimensione comunitaria, l’aspetto liturgico-sacramentale e la festa. Per questo abbiamo pensato di rimettere in campo la Chiesa come soggetto, prima ancora del ministro. Quindi i giovani vengono preparati e formati per essere Chiesa che invita, che accompagna e che resta accanto a chi si riconcilia. All’epoca è stata una proposta dirompente.

E come avviene la preparazione?
Il metodo coinvolge persone che vengono accreditate anche rispetto ai loro coetanei per un ministero molto delicato. Li abbiamo chiamati fin dall’inizio «ministri ausiliari della Riconciliazione». Analogamente a quello che avviene per il ministro straordinario dell’Eucaristia, sembrava una contraddizione pensare alla riconciliazione come a un fatto privato, anche se così viene vissuto, percepito e offerto. Ma se si pensa alle parabole della misericordia (Lc 15), il coinvolgimento è di tutta la famiglia o, se vogliamo, della comunità. Anche oggi tante persone che ritornano alla confessione lo fanno perché invitate da un collega, da un amico, dai genitori e ora sempre più spesso dai figli. Per questo abbiamo pensato che fosse opportuno formare persone in questo senso.

Quali sono i loro compiti?
L’allestimento dei luoghi e dei tempi, la preparazione del momento liturgico, l’accoglimento e l’accudimento dei preti che spesso sono buttati lì come singoli strumenti di se stessi che rappresentano il Signore, mentre tutta la Chiesa diventa corresponsabile di questo ministero. Poi c’è l’accompagnamento dei giovani che entrano in contatto con il penitente, mentre altri ragazzi preparano i testi più adatti alla circostanza da fornire agli organizzatori o agli stessi giovani che si preparano al servizio. Anche per l’evento “24 ore per il Signore” ora siamo noi a preparare i testi, secondo le modalità e lo stile che abbiamo affinato nel tempo.

Sabato sarete a Milano...
Sì, verremo in una ventina. Ci siamo già incontrati con i responsabili di associazioni e movimenti che fanno evangelizzazione. Il 18 giugno, dalle 16 alle 20, faremo formazione per chi sarà presente. I giovani ci affiancheranno nell’atto di accompagnamento e noi affiancheremo loro nell’andare a invitare altri giovani. Molto spesso assistiamo a veri e propri miracoli: persone che rimangono toccate e cambiate. Tra i giovani che hanno vissuto questa esperienza sono fiorite molte vocazioni, matrimoniali, ma anche sacerdotali e di vita consacrata, perché è un’esperienza molto forte. Raramente si presenta nella vita ordinaria di un ragazzo l’accostare altri amici e coetanei arrivando rapidamente al cuore delle persone.