Il fondo delle dispense matrimoniali, risorsa sconosciuta perché non contemplata in alcun inventario ‘storico’, è ora consultabile

Andrea Bernasconi

Processetti

Il fondo delle dispense matrimoniali non fu interessato dal riordino dell’Archivio effettuato dal canonico Aristide Sala negli anni Cinquanta dell’Ottocento: esso non è contemplato in alcun inventario ‘storico’ e gli studiosi non hanno finora mai avuto la possibilità di consultarlo.

La sua peculiarità ha un fondamento giuridico: gli atti di questo fondo sono stati prodotti dalla “Cancelleria de’ Matrimonii”, un ufficio di Curia assai importante e attivo dai decenni successivi al Concilio di Trento fino al Novecento, ma del tutto separato dalla Cancelleria arcivescovile. I documenti necessari alla celebrazione di particolari matrimoni, e segnatamente le dispense, erano sottoscritti dal vicario generale (o dal pro-vicario, o dal vicario capitolare) che in alcuni casi operava auctoritate Apostolica poiché tale potestà «si compete solo al Sommo Pontefice, essendo questo l’uso e la disciplina generale di tutta la Chiesa» (cfr. F. Terzago, Instruzione pratica per li confessori sopra gli impedimenti matrimoniali, Venezia, 1790, p. 139, reperibile online, cui si rimanda per un’esauriente e agile trattazione della materia).

Dal punto di vista quantitativo, nella sua sistemazione attuale, il fondo è costituito da 295 metri lineari di documenti: circa tremila filze (per un arco temporale che va dal 1565 al 1899) e una quarantina di registri (dal 1668 al 1894), questi ultimi faticosamente riuniti al resto del corpus dopo la loro dispersione in altre sezioni dell’Archivio.

Le filze presentano caratteristiche affatto diverse dalle consuete modalità di confezionamento operate dal Sala: sono rari i ‘piatti’ in cartone che solitamente le proteggono, le fettucce di chiusura le avvolgono solo orizzontalmente, le strisce di carta che ne identificavano il contenuto sono spesso perdute. Sono quindi unità di conservazione assai fragili, mute, i cui documenti più esterni sono laceri e sporchi; l’ordine originario delle filze – quello strettamente cronologico – è inoltre stato sconvolto a causa dell’assoluta confusione provocata dal loro trasferimento fuori città durante l’ultima guerra.

In questa disarmante situazione è stato compiuto, dal 2012 al 2014, il mio lavoro di «riordino virtuale» ispirato ai criteri enunciati nell’art. 20 del Regolamento dell’Archivio storico diocesano, ove si suggerisce come operare nei casi di alterazione dell’ordine originario delle carte.

Ogni pezzo è stato verificato: fino al 1640, le filze contengono documentazione che copre lunghi periodi, anche anni, mentre in seguito si va assestando la scansione mensile. Sono comunque presenti singole mensilità (soprattutto invernali) distribuite in più pezzi per l’estrema abbondanza del materiale. In alcuni casi è stato necessario disgregare filze posticce (create accorpando mensilità eterogenee che si erano confuse), senza mutarne la posizione.

I dati raccolti sono stati inseriti in un foglio di calcolo che ha determinato l’attribuzione di un doppio numero d’ordine: uno di catena, che indica l’attuale posizione, e uno cronologico che potrà essere utile in caso di futuro riordino materiale. Entrambi i numeri, con le date, sono stati riportati su fascette in cartoncino che hanno trovato solido appiglio alle fettucce delle filze.

Contestualmente, si è redatto l’inventario che permette di risalire agevolmente al pezzo partendo dalla data desiderata, dopo aver eventualmente consultato i registri per circoscrivere il periodo.

Lo studioso potrà quindi individuare nelle filze il singolo fascicolo, il cui foglio esterno, a mo’ di camicia, costituisce la dispensa vera e propria firmata dal vicario, contrassegnata (dal 1679) in alto a sinistra dai cognomi delle parti e dalla data cronica.

Vi sono dispense per consanguineità, per affinità, dispense dalle pubblicazioni, dichiarazioni di “stato libero”, richieste di certificati; all’interno, le lettere di supplica, i certificati di nascita degli sposi, a volte alberi genealogici, nonché i veri e propri ‘processetti’ ove due testimoni dichiarano sotto giuramento di conoscere gli sposi e le condizioni che hanno portato alla richiesta di dispensa. Non è raro imbattersi in pergamene o curiosi documenti provenienti da diocesi lontane.

Dai più umili, i quali spesso si sposavano in condizioni di «angustia loci», ai più illustri che vedevano di buon occhio un matrimonio tra parenti o comunque senza pubblicazioni, tutti sembrano prima o poi comparire tra queste carte sorprendenti: le vicende di artisti, principi, condottieri e popolani possono essere illuminate, quando è nota l’epoca del loro matrimonio, da una semplice ricognizione in questo fondo, che ha costituito per tanti secoli un impenetrabile ‘segreto’ della Curia e ora è offerto agli studiosi in tutta la sua ricchezza storica, giuridica, canonica e sociale.

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